Alleviare le tensioni

Swami Satyananda Saraswati

Edizione speciale di “Yoga & Health” per “YOGA 91”, International Yoga Health Convention at Miami, Florida, USA, 24-25 agosto 1991

Il padre della moderna psicologia, Dr Sigmund Freud, anticipò che il progresso della moderna cultura tecnologica avrebbe comportato per l’uomo stress e tensione. Ora, effettivamente, vediamo che tal previsione è assolutamente corretta. 2500 anni fa, in India, nacque un eminente pensatore. Il suo nome era Patanjali, e noi oggi possiamo affermare che fu il padre della psicologia umana. Patanjali scrisse un piccolo testo chiamato Raja Yoga Sutra. E’ un libro di non più di 500 parole e ovunque il tema è la tensione.

Quando pensate troppo o non pensate affatto, voi accumulate tensioni. Sia che voi lavoriate duramente o non abbiate un’occupazione, accumulate tensioni. Sia che dormiate troppo o per niente, voi accumulate tensioni. Anche quando seguite una dieta fortemente proteica, o di soli carboidrati, o vegana, voi immagazzinate tensioni. E queste tensioni si accumulano nei differenti strati della personalità dell’individuo così come nella sua struttura muscolare, mentale ed emozionale. Ecco perché le tensioni sono proprio di 3 tipi: muscolari, mentali ed emozionali.

Nello yoga le tensioni vengono osservate con un ampio periscopio. E così si è compreso che se la vostra mente è tesa anche il vostro stomaco lo sarà. E, quando il vostro stomaco è teso lo sarà anche il cuore e poi tutto il sistema cardio-circolatorio, come un circolo vizioso. Ecco perché nello yoga il rilassamento dalle tensioni è una delle principali preoccupazioni.

Anni orsono fui testimone di una dimostrazione scientifica davvero convincente che illustrava gli effetti benefici delle yogasanas sulle tensioni muscolari del corpo umano. Uno scienziato misurò il cambiamento dei livelli di tensione muscolare con l’uso di un elettromiografo (EMG, elettromiogramma). L’elettromiografo è un’apparecchiatura in grado di rilevare, memorizzare ed elaborare i segnali elettrici connessi con l’attività muscolare quando il corpo compie dei movimenti, ad esempio esercizi ginnici o, in quel caso specifico, assumendo delle asana, così da registrarne l’attività sia a muscolo rilassato che durante la contrazione. L’attività elettrica dei 16 diversi gruppi muscolari fu registrata per mezzo di elettrodi connessi ad aghi sottocutanei inseriti nei muscoli. L’EMG rilevò che una persona sdraiata su di un letto non è per niente priva di tensione muscolare. E, nonostante il soggetto non ne fosse consapevole, si calcolò una attivazione involontaria di diverse fasce muscolari pari a 20 unità di tensione nel suo corpo.

Ora, quando alla stessa persona fu chiesto di assumere paschimottanasana, di sedersi dapprima e poi di piegarsi in avanti fino a toccare con le mani le dita dei piedi, si registrò un calo immediato dei livelli di tensione nella muscolatura sacrospinale e di tutta la schiena, nonché dei fasci muscolari delle spalle, collo, fianchi, del retro delle cosce e dei polpacci. Praticando un’asana come paschimottanasana, dunque, il livello di tensione dell’intera muscolatura posteriore del corpo diminuì.

Ad una prima impressione, si può pensare che le yogasanas incrementino le tensioni dei muscoli del corpo, tuttavia proprio gli studi degli elettromiogrammi rilevarono l’esatto contrario. In realtà, le asana sviluppano un rilassamento controllato e coordinato dei vari gruppi muscolari lavorando esattamente in direzione opposta rispetto alle attività ginniche che mirano al potenziamento fisico. Quindi, ed è una raccomandazione su basi prettamente scientifiche, laddove vi sentiate tesi, assumete paschimottanasana invece di far ricorso al vostro letto! Paschimottanasana non sollecita alcuna tensione nei muscoli ma li rilassa.

Durante un altro studio eseguito sempre con l’elettromiografo si misurò la tensione muscolare di una persona seduta su una poltrona e fu di 37 unità. Come ben sapete, è proprio ciò che fa una persona quando è stressata: decide di rilassarsi su una poltrona e magari fumare una sigaretta o bere qualcosa, idea probabilmente alquanto primitiva per una persona evoluta!

Ora, alla stessa persona fu chiesto poi di assumere bhujangasana, la posizione del cobra. In bhujangasana la prima impressione che si ha è un aumento della tensione nella muscolatura della schiena, in particolare quella lombosacrale. Tuttavia, proprio quell’area, secondo i dati dell’EMG, mostrava una totale assenza di tensione! Ciò significa che quando vi sentite tesi, in modo particolare avvertite disagio e male alla schiena magari dopo una lunga giornata davanti alla scrivania, e quindi cercate sollievo -sollievo che peraltro è scientificamente provato- praticate bhujangasana piuttosto che il riposo sulla poltrona!

Ora tratterò un’altra forma di tensione. Molta gente qui a Las Palmas soffre di congestione delle vie respiratorie che spesso sfociano in problemi respiratori più gravi, come asma bronchiale. La congestione delle vie respiratorie è dovuta a tensioni nel sistema nervoso. Uno shock può determinare tensione o, a volte, la stessa infelicità da sola può esserne la causa. Tuttavia, poiché non esiste alcuna evidenza scientifica in merito, spesso si pensa al clima: “troppo piovoso” o “troppa nebbia” o “troppo inquinamento”. Ma se si pensasse invece all’inquinamento cerebrale? Sapete da cosa dipende? Quando la vostra mente è piena di pensieri negativi e siete tormentati da paure, ansia, rabbia, gelosia, voi create tensioni mentali ed emozionali. Ora, sappiate, che la congestione dell’apparato respiratorio è connessa e regolata proprio dalle tensioni di natura mentale, emozionale e muscolare.

Esiste un’importante postura praticata sia dai musulmani che dagli hindu e, un tempo, anche dai cristiani. Si chiama shashankasana. Si parte seduti in vajrasana, poi ci si piega in avanti ponendo la fronte al suolo. Potete tenere le mani dietro la schiena, con una mano che afferra il polso dell’altra, oppure poggiarle al pavimento oltre il capo. Non è un esercizio di carattere religioso ma una postura con valenza scientifica giunta a noi attraverso le religioni. In questa posizione, tutto il corpo dalla sua base alla sommità, è libero da qualsiasi tensione. Se voi provaste a praticarla solo 15 minuti al mattino e alla sera, o quand’anche abbiate la sensazione di rigidità, fatica o agitazione, sentirete subito sollievo sia a livello respiratorio che emozionale.

Ora passiamo alla tensione mentale. Sedete in vajrasana o nella posizione del loto, con la colonna vertebrale eretta e diritta, e preparatevi a praticare pranayama. Respirate per 20 volte, abbastanza rapidamente e con forza, solo con la narice sinistra, poi ripetete lo stesso procedimento con la sola narice destra, ed infine con entrambe. Questo è un ciclo completo. Continuate praticando 5 cicli. Questa particolare tecnica di respirazione è conosciuta come bhastrika pranayama, e vi lascerà freschi e rilassati.

Adesso chiediamoci cosa fare in relazione alle tensioni emozionali che sperimentiamo, ad esempio, col successo e il fallimento, con l’amore e l’odio, o in merito alla vita e alla morte? Tutte queste cose determinano tensioni a livello emozionale ed ognuno di voi le ha provate, quindi dovremmo imparare ad eliminarle. Sebbene lo yoga abbia moltissime tecniche da offrire, io ve ne esporrò solo una. Sedete in una comoda posizione meditativa, chiudete gli occhi, ed iniziate a ripetere un mantra. Se dovesse arrivare un qualsiasi pensiero alla vostra mente, non cercate di bloccarlo, semplicemente osservatelo e continuate con la pratica. Fate in modo che nessun pensiero o sensazione vi disturbi, sia che si tratti di pensieri o sensazioni piacevoli che negativi, o interferisca col processo spontaneo dei pensieri. Ricordi sgradevoli e persino ripugnanti potrebbero affiorare. Lasciate che quest’opera di purificazione avvenga, così che possiate liberarvi delle vostre tensioni emozionali.

Quando cercate di sopprimere i vostri pensieri, la vostra energia mentale è come bloccata, invece permettete a tutti i pensieri una sorta di libero movimento e sentirete la vostra mente rilassarsi. Questa pratica si chiama antar mouna. “Antar” significa interno, “mouna” silenzio. Perciò antar mouna significa “silenzio interiore”. Così per “silenziare” la mente non dovete né sopprimerla né censurarla.

Quando avete problemi allo stomaco e prendete una purga, consentite allo stomaco di depurarsi e ripulirsi, seppur con disagi e affaticamento, ottenendo alla fine grandi benefici. Ecco, allo stesso modo, opera la tecnica illustrata.

La nostra mente è sovraccaricata da una miriade di pensieri di ogni tipo: preoccupazioni, passioni, timori, inquietudini, conflittualità e complessi; ci sono amore e odio, paure ed insicurezze, e tanto altro. Alcuni di questi sono a noi ben noti, altri invece giacciono nascosti nei meandri della mente. A volte si manifestano nei sogni o in situazioni di malessere, ma è realmente auspicabile ed opportuno attuare un processo di pulizia di questi contenuti mentali attraverso le pratiche di meditazione. E’ questo il grande dono del Raja Yoga Sutras di Patanjali.

Ogni individuo dovrebbe essere capace di controllare e gestire i vari ambiti della vita, questa è la chiave, e se l’avete compreso allora siete pronti per le seguenti istruzioni: praticate solo qualche yogasanas e pranayama tutti i giorni e dedicate 10 o 15 minuti alla ripetizione del mantra e alla meditazione.

Satsang Domenicale | Sugli Yogasutra di Patanjali

Swami Niranjanananda Saraswati, 6 March 2016, Ganga Darshan, Munger,

tratto da Yoga Magazine, luglio 2016  

 

Il Saggio Patanjali parla di asana come “sthiram sukham asanam”. Significa che l’asana è quella in cui uno è sthira e sukhi, o significa che sthirata e sukha sono il risultato della pratica di asana?

Sthiram e sukham, stabilità e comodità, sono il risultato della pratica delle asana. Quando sono il risultato della pratica delle asana, la postura stessa diventa ferma.

Chi può sedersi per cinque minuti senza muoversi? L’immobilità non viene naturalmente, perché essa non fa parte della natura dei sensi. L’intero corpo è governato dai sensi. Le distrazioni nel corpo sono causate dai sensi. Le distrazioni e i disturbi della mente sono causati dai sensi. Quando si assume un’asana, non si sta semplicemente praticando una postura fisica. Il corpo certo prende una posizione ma  l’effetto è ridurre l’iperattività dei sensi. Una volta ridotta la iperattività dei sensi, ecco che il corpo entra in uno stato di quiete e agio. Allora una postura può essere mantenuta per un periodo più lungo.

Patanjali dunque fa riferimento alle asana solo in quanto statiche e confortevoli. Il suo primo sutra è: Atha yogah anushasanam – “Ora, le istruzioni sul raja yoga”. Questo è interpretato da molti come se il raja yoga fosse una continuazione di uno yoga che sta prima e questo yoga è l’hatha yoga.

Quando si pratica il raja yoga, tutti i movimenti fisici necessari sono stati già fatti. Pertanto, il focus del raja yoga non è la pratica delle asana, bensì il mantenimento della postura fisica.

Se si assumono quindi posture come vrischikasana, sirshasana, mayurasana o anche surya namaskara, e si sperimenta con e attraverso esse la stabilità e la comodità, allora si stanno soddisfacendo i criteri del Saggio Patanjali.

La quiete e la stabilità del corpo e della mente in una postura vi condurrà nel pratyahara, o introversione. Anche se la calma e la stabilità sono il risultato della pratica asana, bisogna ricordare che il senso del sutra è in relazione alla immobilità che indurrà poi pratyahara.

Che cosa è pratyahara? È il ritiro dei sensi da oggetti esterni, il ritiro della mente dai sensi, o il ritiro dei pensieri?

Pratyahara è un argomento interessante. Lo scopo delle asana è quello di silenziare l’iperattività e le agitazioni dei sensi e della mente, portando all’esperienza del pratyahara. Ci sono tre modi in cui ho definito pratyahara e ci sono tre tappe progressive di pratyahara.

La tartaruga

Sri Krishna nella Bhagavad Gita dice ad Arjuna di ritirare i sensi e la mente proprio come una tartaruga ritira braccia, gambe, coda e testa nel suo guscio. Pertanto, secondo la Bhagavad Gita, ritirarsi da tutto ed essere assorbiti è pratyahara.

Ma, cosa si ritrae? I sensi e la mente. Esistono i cinque sensi fisici, i karmendriyas o organi d’azione, e i cinque organi di conoscenza, o jnanendriyas. E c’è la mente, il sesto senso, il sesto organo sensoriale.

Pratyaya, il vecchio file

Esiste una parola in Sanscrito, “pratyaya”, che significa un’immagine creata nella mente. Ad esempio, un ospite o uno studente arriva e rimane un mese a Ganga Darshan. Voi vi relazionate, interagite. Poi la persona torna a casa, ma nella vostra mente, resta il pratyaya, l’immagine. Quando poi arriverà una sua lettera, o una e-mail, quella stessa pratyaya verrà come reimpostata e le stesse informazioni già registrate verranno in superficie. È come riprendere un vecchio file per sapere chi è quella persona. Quello è pratyaya.

Pratyaya indica una connessione, una consapevolezza in voi su qualcuno o qualcosa. Questo può accadere con qualsiasi oggetto, anche una pietra può diventare una pratyaya. Se camminate lungo una strada e vi accorgete di una pietra, la pietra diventerà una pratyaya. Se osservate un bel fiore, quel fiore diventerà una pratyaya. Se notate durante una passeggiata mattutina due cani che lottano, quell’immagine diverrà una pratyaya. Tutto ciò che si riceve attraverso i sensi diventa pratyaya, un’impressione.

Pratyahara è liberarsi di queste impressioni poiché pratyayas determinano anche opinioni, giudizi. Questa persona è gentile, quella persona non è gentile. Questa persona è buona o è cattiva. Questa persona è utile, questa persona è piacevole. Questa persona è amabile o è incantevole. Questo giudizio, basato su pratyaya, è la causa del disturbo nella tua mente durante la meditazione e, perciò, va eliminato.

Pratyahara, nutrire sé stessi

Noi riceviamo continuamente input da innumerevoli fonti e da ogni parte. Questo è ahara, cioè nutrire sé stessi. Quanti suoni state ascoltando ora? Un numero incredibile di suoni, tuttavia il cervello sta filtrando solo quelli rilevanti in questo determinato momento. Ahara, tutto ciò che nutre (i sensi): voi siete solo consapevoli di un frammento parziale di tutta l’esperienza, sebbene l’intera esperienza vi stia nutrendo.

È possibile invertire questo? Invece di assorbire il tutto, lo si può allontanare così da svuotare voi stessi? Questo svuotarsi è conosciuto come karma kshaya, o la riduzione dei samskara, o superare il karma. Pertanto, le tre tappe del pratyahara sono:

1. Ritrarsi – per fermare le agitazioni dei sensi così che cessino di nutrirsi delle cose che gli stimolano.

2. Osservare – per scollegarsi dai pratyayas, le impressioni, che stanno ingombrando la mente.

3. Svuotare – per buttare fuori tutte le scorie latenti dalla mente.

Queste tre fasi indicano la sequenza in pratyahara.

Qualunque pratica voi facciate, sia che si tratti dell’osservazione dei pensieri o delle emozioni, della ripetizione di un mantra o della consapevolezza del respiro, ricordatevi che essa è solo un gradino per entrare nei diversi stadi del pratyahara in modo più controllato.

Come possiamo adempiere ai nostri doveri nel modo migliore evitando che il nostro ego prenda spazio?

La parola inglese è ego mentre la parola sanscrita è ahamkara. Come trattare questo ego, questo ahamkara? Esso ci distrae, ci disturba ed è difficile da gestire.

Ahamkara non è ego. È composto da due parole: aham che significa io, e akara significa forma, figura o identità. Quindi la parola ahamkara significa mia identità, la mia natura, la mia personalità. Quello che sono io, nel suo insieme, è ahamkara, la consapevolezza del proprio sé, il senso della propria identità. L’immagine di sé stessi, la propria reputazione, l’autostima divengono parte di una sorta di ricognizione del sé, che è ahamkara.

Tutto ciò va bene fintanto si è soddisfatti. Ma quando ahamkara, questa autocoscienza, entra in contatto con oggetti esterni per mezzo dei sensi, non rimane ahamkara. Si trasforma in qualcos’altro. L’auto-identità o l’auto-consapevolezza quando in relazione con gli oggetti dei sensi assume la forma di abhimaan cioè arroganza, e ghamand, orgoglio.

Orgoglio e arroganza, ghamand e abhimaan, insieme, sono conosciuti come ego nella lingua inglese. Ahamkara non è ego. Asserire “questa persona è egoista” ha una connotazione sempre negativa così come quando si dice “quello ha un grande ego”. Pertanto, dovete trattare col vostro orgoglio e con la vostra arroganza e non con la vostra propria identità, il vostro ahamkara. Dovete trattare con il vostro ego che è la combinazione di orgoglio e arroganza, ghamand e abhimaan. E ciò può accadere solo osservandovi e ricordando a voi stessi continuamente e costantemente quello che occorre fare.

Come si addestra un animale, ad esempio un cane, un cavallo, un uccello? Ripetendo le istruzioni più e più volte. Bisognerà porre sempre più attenzione e consapevolezza su quell’animale per controllarlo e per ben istruirlo. E, se non siete attenti e solerti, sarà difficile addestrarlo. Dovrete quindi continuare a ripetere: “Seduto, seduto, seduto, seduto, seduto”, ogni volta che l’animale si muoverà. Siete in grado di farlo con voi stessi? Se non lo siete, ricominciate dall’inizio un’altra volta.

Questo è il livello di competenza che bisogna acquisire per avere successo nello yoga! Per questo, essere drashta, ed essere sakshi, cioè essere osservatori e testimoni, è così importante. Dovete essere in grado di diventare testimoni, spettatori, piuttosto che essere catturati e trascinati nel flusso degli eventi. Dovete diventare testimoni di voi stessi. Pertanto, richiamate voi stessi, sempre e continuamente: “No, questo no, questo no, questo no, questo no!”.

Tutto ciò che innesca una reazione negativa, ostile deve essere eliminato. “Oh no, quella persona mi infastidisce, è una seccatura”: questo pensiero deve essere smaltito immediatamente perché alimenterà il vostro orgoglio e la vostra arroganza, e sarete sempre più imprigionati nei vostri comportamenti “ego-centrici” e sempre meno in quelli “ego-liberi”.

E’ qui che la maggior parte delle persone fallisce, quando non riesce a distinguere tra il comportamento egocentrico e il comportamento disinteressato. E non importa quanto grande o quanto sia elevato un sadhaka: quando deve rinunciare al comportamento egocentrico e esprimere un comportamento libero dall’ego, fallisce. Questo è il test di un sadhaka.

Karma nella Bhagavad Gita

Conversazione sulla scienza dello Yoga – Karma Yoga book 1: Karma. Yoga Magazine, Maggio 2017

E’possibile rinunciare ad agire così da eliminare il karma ed evitarne gli effetti?

Swami Satyananda: Le persone possono pensare di eliminare i loro karma, credendo che lo stress, la tensione e il dolore scaturiscano da essi, ma non è possibile farlo.

I karma sono imposti a tutti da certe leggi della natura. Si dice nella Bhagavad Gita (3:27):

Prakriteh kriyamaanaani gunaih karmaani sarvashah.

Tutte le azioni sono foggiate in tutti i casi solo dalle qualità o guna della natura. Prakriti obbliga ad agire attraverso l’interazione o l’intermediazione dei tre guna: sattwa, rajas e tamas. Pertanto, non si può abdicare dalla legge del karma ed è inutile provarci. La Gita (18:60) da chiare istruzioni in tal senso:

Svabhaavajena kaunteya nibaddhah svena karmanaa;

Kartum nechchhasi yanmohaatkarishyasyavasho’pi tat.

O Arjuna, legato dal tuo stesso karma, ciò che non desideri fare a causa di un tuo sconforto, lo farai comunque anche contro la tua volontà poiché costretto dalla energia costrittiva della tua natura! Anche se si rinunciasse ai karma esterni, come camminare, scrivere, andare al negozio e lavorare in cucina, i karma mentali continuerebbero. I karma non appartengono solo al corpo; appartengono al regno della mente e dei desideri. Anche se ci si dovesse astenere completamente dall’azione, non si può smettere di pensare. Anche il monaco che vive in un monastero senza famiglia fa karma. Persino una persona con tanti soldi e che non ha bisogno di lavorare fa karma. Le azioni esterne che si compiono nella vita di tutti i giorni non rappresentano il senso del karma. I desideri presenti nella mente sono il vero karma. Quando una persona desidera, è karma. Il karma è un moto che si svolge all’interno del corpo, della mente o delle emozioni. Nessuno può rimanere per un solo momento senza agire, sia a livello fisico, mentale, emotivo o ad altri livelli. Secondo la Gita (3:6), non c’è neanche un momento nella vita in cui l’individuo non compia azioni:

Karmendriyaani samyamya ya aaste manasaa smaran;

Indriyaarthaanvimoodhaatmaa mithyaachaarah sa uchyate.

Colui che, controllando gli organi dell’agire, si siede ponendo gli oggetti dei sensi nella sua mente (pensandoli e desiderandoli), costui dall’animo ambiguo è chiamato un ipocrita.

Un individuo deve agire finché rimane in vita. La natura della sua mente e i suoi desideri lo spingeranno ad agire. Se i suoi desideri, passioni e ambizioni non lo costringono ad agire, diventerà letargico e indolente. Il desiderio, la passione e l’ambizione stimolano il karma, sono i combustibili per il karma. Non si dovrebbe fraintendere la filosofia del karma. Anche se ci si siede per tutto il giorno senza muoversi, si crea karma; anche senza muovere il corpo o coinvolgere i sensi, il karma viene costantemente creato nel regno della psiche, nei meandri delle dimensioni più profonde della mente, ma quelle dimensioni sono così misteriose che non sono comprese. Non c’è un momento nella vita in cui si possa essere inattivi. In aggiunta, ci sono azioni involontarie, come digerire, assimilare e così via. Nessuno può rinunciare all’azione.

A quale tipo di azione, fisica o mentale, è possibile rinunciare?

Starnutire, dormire, scrivere, parlare e sedersi sono tutte azioni o karma. Anche la rinuncia è azione, perché l’abbandono dell’azione è anch’essa un’azione. Cosa intendono coloro che vanno affermando di aver rinunciato al mondo? Qualcuno è stato in grado di astenersi dall’azione fino ad ora? Nessuno può farlo, anche se lo si desidera. Anzi, i desideri inducono ad agire. Fino a quando si hanno ambizioni e desideri, ci sarà azione. Un facchino, un sadhu, un leader, un capofamiglia, ognuno deve compiere il karma e agire. Non esiste una rinuncia al karma, nessuna filosofia lo menziona. La Bhagavad Gita insegna che nessuno può sfuggire al karma, né che il karma possa essere eliminato rinunciando all’azione o anche rinunciando alle proprie intenzioni. Sri Krishna dice (3:4):

Na karmanaamanaarambhaannaishkarmyam purusho’shnute;

Na cha sannyasanaadeva siddhim samadhigachchhati.

Non col tenersi lontano dall’operare l’uomo può arrivare a conquistare la libertà dall’agire, né con la rinuncia al mondo può egli raggiungere la perfezione. Il dialogo nella Gita tra Krishna ed Arjuna avviene in un momento particolare. Arjuna sentiva che avrebbe dovuto cercare di fuggire dalla morsa del karma, dal tumulto emotivo dovuto al coinvolgimento nella la vita di tutti i giorni. Pensava che la soluzione più semplice sarebbe stata quella di smettere di fare karma e di essere distaccato da tutto. Con questo in mente, voleva rinunciare ad adempiere al suo karma, ma Krishna non era d’accordo.

Ciò che è importante nella vita è la propria relazione con il karma; l’intera azione dovrebbe essere valutata da questa prospettiva. E lo yoga non ha nulla a che fare con la rinuncia dell’azione perché tratta di trasformare lo scopo e il significato della vita.

Perché l’azione è necessaria nella vita?

Nella Bhagavad Gita, quando Arjuna si rifiuta di compiere il suo dovere e di agire, Krishna gli chiede: “Se non agisci, cosa farai?” e Arjuna risponde: “Me ne andrò, andrò in un monastero e mi asterrò da ogni azione. Il monastero mi nutrirà e leggerò le scritture tutto il giorno. Non dovrò mentire, non dovrò lottare e uccidere, non avrò desiderio o odio per nessuno, non mi preoccuperò di nulla. Avrò solo bisogno di un po’ di cibo, e tutto il giorno sarò in meditazione”. Ma Krishna interviene: “No, non è questa la tua strada”. Infatti, solo pochissime persone sono in grado di vivere questo tipo vita, mentre la maggioranza no, perché la mente di tutti è sotto l’influenza dei tre guna: sattwa, rajas e tamas. Le persone sattviche per loro natura hanno esaurito i loro karma e hanno realizzato lo scopo della natura, quindi non hanno desideri. Rimangono gli stessi dinnanzi a ricchezza, bellissimi uomini o donne, e tutti i lussi della vita. Stanno bene se hanno tutto, e se hanno niente. Si dice nella Gita (18:26):

Muktasango’nahamvaadee dhrityutsaahasamanvitah;

Siddhyasiddhyornirvikaarah kartaa saattvika uchyate.

È chiamato sattvico colui che è libero dall’attaccamento, non egoista, dotato di entusiasmo, e non è scosso dal successo o dal fallimento, equanime. Pertanto, il sattvico dovrebbe essere da esempio alla gente comune compiendo karma poiché, se non lo facesse, l’equilibrio della natura ne sarebbe alterato visto che la natura ha creato il desiderio e l’azione e, in loro assenza, gli individui non si evolverebbero. Nella Gita è detto che (3:26):

Na buddhibhedam janayedajnaanaam karmasanginaam;

Joshayetsarvakarmaani vidvaanyuktah samaacharan.

Che nessuna persona saggia destabilizzi la mente delle persone ignoranti che sono attaccate all’azione. Colui che sa dovrebbe coinvolgerli in tutte le opere, compiendo egli stesso le opere con devozione ed equilibrio. Molti sono sotto l’influenza del rajas guna, sono dinamici, impetuosi, vogliono questo, quello, ogni cosa. Il rajasico, che è attivo per sua natura, potrebbe impazzire se rinunciasse al karma! Poi c’è il tamasico, che è pigro, apatico, indolente e sciatto. Questa persona non si evolverà a meno che non si metta in gioco e si dia da fare. Krishna dice ad Arjuna che è meglio per tutti compiere il karma, sia che si operi attraverso il corpo, sia con la mente, e sia con l’intelletto. Ha trasmesso questo insegnamento in tutti i diciotto capitoli della Bhagavad Gita. Il suo ricorrente consiglio ad Arjuna è di agire in modo deciso (3:8):

Niyatam kuru karma tvam karma jyaayo hyakarmanah;

Shareerayaatraapi cha te na prasiddhyedakarmanah.

Tu compi l’opera che ti è stata affidata perché davvero l’agire è meglio del non agire. Perfino il mantenimento del tuo corpo non sarebbe possibile senza l’agire. Fin quando si vive in questo mondo si dovrà continuamente compiere il karma. Krishna ha spiegato ad Arjuna il suo swadharma, i doveri e le norme a lui più consone e adeguate, e lo ha reso consapevole di ciò che avrebbe dovuto fare. Allo stesso modo, ognuno di noi è tenuto a svolgere certi doveri da cui non potrà sottrarsi. La natura obbliga tutti a compiere il karma. Anche quelli che rinunciano al mondo non possono evitare questo vincolo di natura. E’ detto nella Gita (3:33):

Sadrisham cheshtate svasyaah prakriterjnaanavaanapi.

Prakritim yaanti bhootaani nigrahah kim karishyati.

Anche un uomo che ha conoscenza agisce in modo conforme alla sua natura; tutti gli esseri seguono la propria natura; che cosa può fare evitare le azioni? Tutte le creature di questo mondo hanno alcuni doveri da eseguire. Hanno il proprio swadharma ed eseguire lo swadharma è rispettare il volere divino. Proprio come la natura del vento è quella di soffiare, dell’acqua di fluire e del fuoco di bruciare, allo stesso modo ogni persona ha determinati doveri da compiere. La natura ha assegnato compiti specifici a tutti. Krishna dice ad Arjuna che la rinuncia all’azione non è in alcun modo appropriata. Perfino i saggi, i mahatma, i sadhu e i sannyasin non possono rinunciare all’azione. Secondo la Bhagavad Gita (18:7) chiunque rinunci all’azione è un peccatore:

Niyatasya tu sannyaasah karmano nopapadyate;

Mohaattasya parityaagastaamasah parikeertitah.

In verità, rifuggire dall’azione prescritta non è cosa che si possa approvare. Astenersi dalla stessa, a causa dell’illusione, si dice essere di natura tamasica. Dio stesso nasce per compiere un’azione: Rama, Buddha, Cristo e Krishna hanno eseguito il karma. Il Signore Krishna si è incarnato per uccidere Kamsa e Rama è nato per uccidere Ravana. Le incarnazioni di Dio sono avvenute con l’unico obiettivo di eseguire un determinato karma.

Armonizzare le emozioni

D: E’ stato detto che le pratiche del Satyananda Yoga aiutano a riequilibrare le emozioni. Dopo molti anni di pratica yogica, alcuni di noi hanno ancora difficoltà ad armonizzarle. Quali pratiche dovremmo fare o quale approccio dovremmo adottare?

SwaN: Innanzitutto, dobbiamo capire alcune cose. La maggior parte delle nostre azioni sono mosse dalla nostra testa, dall’intelletto o buddhi, mentre le emozioni o bhavana, le espressioni del cuore, non sono di facile comprensione.

Cos’è un’emozione? Se guardiamo la parola stessa vedremo che la seconda parte è “motion”, mettere in movimento. Quando usiamo la parola “emozione” questa significa movimento del sé psichico e sottile. Il sé intellettuale è nella testa, il sé psichico è nel cuore. Diverse tradizioni si sono espresse sull’argomento asserendo che l’anima risiede nel centro del cuore. Non dovremmo interpretare questo alla lettera e cioè che l’anima stia letteralmente nel centro del cuore, ma dovremmo cercare di comprendere che anima significa natura psichica, natura spirituale, e che l’esperienza e la manifestazione dello spirito avvengono attraverso il cuore. Ecco perché tutte le tradizioni del passato hanno sottolineato la necessità di coltivare, sviluppare ed espandere i sentimenti di amore e compassione e tutte le qualità positive emanate dal cuore.

Armonizzare la natura grossolana con quella sottile

Quindi l’emozione è movimento, dinamismo della personalità psichica e sottile. Questa emozione non è ciò che sperimentiamo sotto forma di rabbia, passione o frustrazione, né sotto forma di amore o compassione. Piuttosto rappresenta uno stato di armonia tra la natura grossolana e la natura sottile, e questa è vera emozione. Ciò che esprimiamo nella nostra vita è solo una reazione che si verifica tra i nostri sentimenti e la loro associazione con la mente. Ad esempio, perché vi arrabbiate? È a causa di un’associazione tra l’energia del cuore e l’esperienza presente della mente, e ciò scatena la vostra reazione. La gelosia agisce in modo simile. Rabbia, violenza, compassione, equanimità, serenità sono tutte espressioni di un processo interattivo che si svolge tra la testa e il cuore. Tuttavia, possiamo usare queste espressioni per spostarci verso uno stato di equilibrio all’interno di noi stessi, osservando, analizzando e comprendendo dove stiamo sbagliando. Eppure, quietare la rabbia o sperimentare compassione e amore non sono le risposte per trovare questo equilibrio o armonia tra la natura grossolana o manifesta e la natura sottile e psichica che giace assopita.

Gli esseri umani sono estroversi per natura poiché si identificano con i sensi e l’ambiente esterno. Guardiamo così tanto fuori che abbiamo dimenticato di guardare dentro. Abbiamo perso il contatto, la consapevolezza, la qualità dell’osservazione che può aiutarci a trovare l’equilibrio tra il sé grossolano e il sé sottile.

Quindi la nostra esperienza dell’interazione tra cuore e testa è sempre e solo una reazione. Noi reagiamo e crediamo che la reazione sia un’espressione delle nostre emozioni, ma lo yoga dice no! Il termine yogico per le emozioni è bhavana, che è diverso dalla passione, kamana e dall’ossessione mentale, vàsana. Qui stiamo parlando di bhavana dove c’è armonia tra la testa e il cuore. Per risvegliare bhavana, la vera emozione, la prima condizione è che dobbiamo smettere di reagire. Quando reagiamo, l’intelligenza si offusca; la capacità discriminante, viveka, non esiste più e la pace personale è persa. Anche nell’amore c’è un’espressione condizionata della mente, perché nell’amore c’è sempre un’aspettativa, passione, desiderio, attaccamento e anche queste sono reazioni.

Quindi lo yoga dice: smettete di reagire. Ma questa interruzione della reazione non significa che isolarsi da ciò che sta accadendo intorno a voi; quindi lo yoga dice anche: siate coinvolti. Questo è un coinvolgimento ma senza reazione; è un coinvolgimento che fluisce e quindi non si sperimenta la lotta giacché il fluire è passivo e la lotta è reazione. Questo è lo stadio a cui dobbiamo giungere per fare esperienza di armonia tra il grossolano e il sottile.

Sadhana: regolarità, continuità e convinzione

Ora il concetto di sadhana deve essere compreso nella giusta prospettiva. La nostra mente è una mente scimmia. Ma, oltre a questo, immaginate una scimmia che non può stare ferma, e poi immaginate se quella scimmia si ubriacasse cosa potrebbe succedere? E, ancora, se quella scimmia ubriaca fosse punta da uno scorpione, come andrebbe? La nostra mente è come una scimmia ubriaca punta da uno scorpione, quindi non è solo una mente scimmia. Siamo intossicati dalle nostre passioni, i nostri desideri, le nostre aspettative, i nostri preferenze e le nostre avversioni. E poi siamo punti dallo scorpione della vita che condiziona la nostra natura ad identificarsi con una certa dimensione della realtà e a sperimentare solo quella, e ad ignorare quelle altre dimensioni più sottili che non siamo in grado di identificare, logicamente o consapevolmente. Quindi la nostra visuale diventa assai ristretta. Con questa visuale limitata iniziamo a credere di aver espanso la consapevolezza, la coscienza e di aver raggiunto la libertà ma, in realtà, è un’illusione.

Per superare questa nostra illusione deve entrare in gioco il sadhana, con la pratica della meditazione. Il sadhana deve essere capito correttamente. Mi sono imbattuto in migliaia di persone che hanno detto: “Ho praticato la meditazione negli ultimi anni, eppure sento che non ho progredito, non mi sono evoluto e sono ancora allo stesso punto”. Allora, vi chiedo una cosa: “Siete regolari nella vostra pratica di meditazione?” Alcuni dicono di sì, altri dicono di no. Poi chiedo ancora: “Seguite un tipo di meditazione fino alla fine o no?” e a quel punto rispondono di no, un giorno fanno questa pratica perché sembra quella giusta per quel giorno, e un altro giorno fanno qualcos’altro perché va bene per quell’altro giorno. Questa è il modo in cui la mente “flirta” e ci adesca!

C’è un sutra negli Yoga Sutra di Patanjali che enfatizza il concetto che il sadhana deve essere regolare, continuo e che dovete avere fede nel processo; queste sono le tre cose: regolarità, continuità e fiducia. Negli Yoga Sutra troviamo anche che ci sono degli stadi molto precisi: pratyahara, dharana e dhyana. Ogni fase e ogni pratica ha uno scopo.

Nel pratyahara, per esempio, prendete antar mouna, l’osservazione dei pensieri. Dovete completare il processo e raggiungere il punto in cui siete in grado di controllare i vostri pensieri prima di procedere allo stadio successivo. Dovreste essere capaci di incanalare i vostri pensieri, guidare, dirigere ed esprimere i vostri pensieri prima di passare da antar mouna ad un’altra pratica. Se, quando cercate di apprendere una pratica, la fate solo per una settimana e, poi, siccome è troppo impegnativa, la lasciate e fate qualcos’altro per un’altra settimana, e se poi sentite che anche quell’altra non è adatta alla vostra natura e provate qualcos’altro ancora, allora state semplicemente sfiorando la superficie dell’oceano della coscienza senza immergervi in profondità.

Nonostante tutte le linee guida e le istruzioni, le tecniche, le pratiche, è qui che falliamo. Non siamo in grado di comprendere lo scopo di ogni pratica dello yoga. Valutiamo tutto secondo la nostra natura condizionata: “questo è ciò di cui ho bisogno, questo è ciò che voglio”. Ma come può questa mente, questa mente non trascendentale, sapere cosa è necessario per sperimentare qualcosa che è trascendentale? Come può un bambino che sta imparando a leggere e scrivere comprendere i concetti della fisica nucleare? Ecco, per ciò che concerne la nostra vita spirituale e lo yoga, noi siamo nello stadio dell’infanzia. Siamo ispirati, senza dubbio, dai concetti, idee e teorie riguardo i chakra, la kundalini, i kriya, la coscienza, il prana, i koshas, ​​ questo e quello. Noi dobbiamo essere ispirati, motivati, ma il nostro approccio deve iniziare dai passi fondamentali.

Allineamento di testa e cuore

In questa epoca di supermercati, lo yoga non può essere un prodotto che trovate al supermercato. Dovrebbe essere un prodotto che coltiviamo nel campo della nostra vita secondo le nostre capacità.

Quella emozione, o bhavana, è decisamente un processo che può portarci a scoprire l’armonia di tutte le qualità umane. Quando c’è allineamento tra testa e cuore la capacità espressiva diventa diversa. Quando non c’è allineamento, non c’è armonia tra testa e cuore, le nostre azioni non hanno scopo. Quindi, quello che le tradizioni yogiche dicono è che dovete aderire e seguire un percorso e andare dritti sino alla fine e, poi, solo quando raggiungerete la fine di quel percorso e vedrete, forse, un bivio o un cartello, solo allora prenderete un’altra strada.

Le vere tradizioni yogiche sono molto salde in questa convinzione: che non c’è modo di evitare o saltare gli istinti di base che costituiscono la natura fondamentale della vita. Dovete attraversarli, risvegliarli, sperimentarli, incanalarli e armonizzarli. Dovete fare tutto ciò che è necessario.

Questa consapevolezza del sadhana è molto importante: regolarità, continuità e convinzione.

Cerchiamo quindi di diventare regolari, proviamo ad avere quella convinzione, quella forza interiore che ben sa che dietro ogni nuvola oscura c’è un sole splendente. Cerchiamo di lavorare su questa consapevolezza prima di tentare di indulgere in concetti che sono al di fuori della nostra portata. Cerchiamo di capire in quale classe ci troviamo attualmente e non contiamo gli anni della nostra pratica. Allora potremo essere aperti alla ricettività, alla chiarezza e alla comprensione della nostra mente e della nostra natura. Questo è un punto molto importante.

 

Swami Niranjananda Saraswati, Galles, 10 giugno 2000,

Yoga Magazine, maggio 2002

Gestire i problemi

Come è possibile evitare i problemi?

I problemi non possono essere evitati perché non vogliamo evitarli. Se non ce ne preoccupassimo, alcuni di questi non esisterebbero neanche. Ma ci piace sobbarcarci di problemi perché siamo guidati dall’immagine che abbiamo di noi stessi. La visione di sé dice che bisogna essere buoni, premurosi e gentili e questa è la facciata che cerchiamo sempre di proiettare. Finché seguiremo coscientemente o inconsciamente i dettami di questa idea di sé, non saremo mai liberi dai problemi.

Ma cos’è un problema? Un problema è qualcosa di cui vi fate carico sebbene non sia la vostra naturale inclinazione, attitudine o propensione. Alcune persone, ad esempio, tendono a riversare le proprie difficoltà all’esterno e sugli altri e ciò può diventare un problema. Altre si offrono di aiutare ma anche questo può essere un problema se l’aiuto non è dato nella giusta maniera. Anche riflettere sulle cose può diventare un problema, così come affrontare situazioni che possono avere ripercussioni sulla nostra percezione, influenzandola o alterandola, può diventare un problema. Un improvviso afflusso di pensieri negativi può diventare un problema. I desideri possono diventare problemi.

Il motivo principale per cui non siamo in grado di affrontare i problemi dipende dal fatto che, mentre la nostra logica dice “non avere problemi”, la nostra natura sostiene “vai avanti ad attirare problemi”. Proprio come la luce attira le falene, allo stesso modo questo corpo e questa mente attraggono difficoltà e problemi. Dovete ricordare la legge di Murphy: “Tutto ciò che può andare storto andrà storto”.

Tuttavia, dovete anche ricordare che la forza che genera movimento dipende da quella di attrito. Se si desidera avere una vita piacevole, pacifica, tranquilla, essa diverrà anche molto noiosa. Potrete godervi la pace per un giorno, il ​​silenzio per un mese, ma poi arriverà un momento in cui reagirete a quella pace e a quel silenzio per un po’ di dinamismo, di fermento, di laboriosità. Quindi, “l’attrito” che forma difficoltà, complicanze, dubbi dovrà essere accolto piuttosto che evitato. In tal contesto, quindi, occorrerà trovare una soluzione appropriata e corretta e, nel fare ciò, è necessario coltivare viveka, la discriminazione.

La discriminazione diventa potente e reale solo quando è combinata con la lungimiranza, altrimenti è semplicemente una parola. Discriminazione più lungimiranza equivale a saggezza. Attriti, conflitti, incertezze, confusione e disaccordi non sono impedimenti al vostro sviluppo verso la pace e la crescita, piuttosto portano in superficie una condizione mentale, una condizione di vita o di credo che è effettivamente una potenziale barriera alla vostra crescita. Se un pensiero si trasforma in un blocco diverrà un problema e, quindi, perché non lavorare per rimuoverlo?

Il modo migliore per gestire i problemi è sapere in anticipo se volete davvero esserne coinvolti o meno. Se siete in grado di affrontare quel problema in modo efficiente, efficace e creativo, allora si potrà aprire la porta della logica, dell’intelletto, dell’intuizione e dell’emozione nella ricerca della migliore soluzione. Se invece sentite che un problema è un peso, allora la mente tenderà ad irrigidirsi e chiudersi ulteriormente impedendo che la creatività individui la giusta soluzione. Quindi non evitate i problemi. Se vengono, lasciateli venire ma, almeno, cercate di non attirarli.

Swami Niranjananda, Ganga Darshan, 27 dicembre 2001,

Yoga Magazine n. Novembre, 2002

Cosa fare adesso?

Quando raggiungiamo il culmine del successo materiale, spesso ci poniamo la domanda: “E adesso? cosa farò?” Anch’io mi sono fatto questa domanda. Sono altresì il presidente di una “multinazionale” e, ai tempi, anche io sono stato un giovane presidente, avendo assunto la direzione della Bihar School of Yoga all’età di 23 anni . Tuttavia, il mio ruolo di sannyasin è diverso da quello di presidente di un’organizzazione. C’è stato un momento nella mia vita in cui mi sono chiesto “ed ora, cosa farò?” e cioè quando sono giunto ad un determinato livello di realizzazione esteriore ovvero essere il capo di un movimento yogico globale, gestire diversi centri e persone, cercare di soddisfare le loro aspettative e creare nuovi e migliori programmi per aiutare gli altri.

Nel corso del tempo, più pensieri sono affiorati alla mente: “è questo ciò che ho immaginato fare per tutta la vita? In quanto sannyasin, è questa la vita che devo condurre? Ho lasciato una famiglia di quattro persone con l’idea di rinuncia, e qui mi ritrovo con una famiglia di 400.000 persone. Ho lasciato a casa l’idea di dover compilare moduli fiscali sul reddito ma qui sto compilando moduli fiscali per più e diverse organizzazioni. A cosa ho rinunciato? A niente! Anzi, ho più responsabilità sulle mie spalle. La gente ha riposto fiducia in me e non posso ignorarlo. È così che vivrò e probabilmente morirò?” Ecco, questi pensieri mi passarono per la testa per molti anni. Stavo cercando di trovare un equilibrio tra la mia aspirazione, che era quella di un sannyasin, ed i miei obblighi ed impegni nei confronti dell’organizzazione che stavo dirigendo.

Poi un giorno ho rivolto l’attenzione su qualcosa che era da sempre lì davanti ai miei occhi, ma che avevo ignorato. La vita del mio maestro, il mio Guru, Swami Satyananda. Ci fu un momento nella sua vita in cui disse: “basta con la direzione di un’istituzione. Non sto percorrendo la via del sannyasa per diventare un guru, un leader di un movimento o un capo di un’organizzazione. Il mio scopo è stato raggiungere la purezza interiore e scoprire il potenziale insito in ogni individuo. Ho fatto tutto questo per esaurire le mie ambizioni, desideri, karma e samskara e, ora, senza più ambizioni e avendo raggiunto tutto ciò che volevo ottenere, posso rendere me stesso libero.”

Rinunciò a tutto. Rinunciò alla struttura che aveva creato e se ne andò per condurre una vita isolata. Tuttavia, in quel ritiro successe qualcosa. Ebbe una visione o un’ispirazione e ricevette un mandato che egli attribuì a Dio, e il messaggio che ricevette in quella visione fu: “dona al prossimo gli stessi strumenti che io ho dato a te”. Quindi, iniziò a pensare: “che cosa mi ha donato Dio? Dio si è sempre assicurato che io avessi cibo da mangiare, vestiti da indossare, un rifugio in cui vivere. Questo è ciò che devo fare per gli altri.” Così ci disse: “Questo è il mandato che ho ricevuto. Non ho niente e ho rinunciato a tutto, quindi vi sto passando il testimone. Realizzate questo mandato.”

Così cominciammo ad aiutare le persone svantaggiate e povere della società. Con questo servizio ho compreso molte cose utili circa il nostro attuale stile di vita e sull’ambiente.

Quando ci chiediamo qual è lo scopo della nostra vita, alla fine, tre cose sono rilevanti. La prima è sanyam, disciplina o autocontrollo. In assenza di autocontrollo, non c’è fine alle ambizioni. Ma queste, alla fine, portano fuori strada e alterano la pace della mente e il senso di appagamento.

La seconda è lo sviluppo delle qualità del cuore. Un essere umano è una combinazione delle facoltà della testa, del cuore e delle mani: intelletto, sentimenti e azione. Molto spesso, diamo priorità all’uso e alle facoltà dell’intelletto e releghiamo le facoltà del cuore, cioè i sentimenti e le emozioni, in un angolo remoto pensando che, se le esprimiamo, saremo considerati deboli e facilmente manipolabili.

La terza cosa è aiutare gli altri e quindi guardare oltre le azioni egoiste che mirano solo a soddisfare i nostri bisogni.

Quindi queste sono le tre componenti che devono essere coltivate: l’autocontrollo, la benevolenza e imparare a dare una mano agli altri. Se ne adotterete una qualsiasi come vostro obiettivo di vita, se coltiverete una certa attitudine e mentalità, allora scoprirete che quel vuoto che sentite dopo aver raggiunto l’apice del successo materiale è invece pieno. Questo è anche il messaggio dato nelle Upanishad.

Praticare l’autocontrollo

Ora analizziamo il primo componente, l’autocontrollo o moderazione. Ci sono troppe distrazioni nello stile di vita moderno. Vogliamo avere ed usare ogni cosa nuova che arriva sul mercato perché ci aiuta a migliorare la nostra immagine di noi stessi, il nostro ego. Ma il denaro porta con sé malcostume poiché si rischia di riporre più fiducia nei “verdoni” che nelle proprie capacità. E, quando manca la fiducia in sé stessi, la mente, il corpo e il tessuto familiare diventano deboli, e confusione, stress e ansia diventano l’ordine del giorno. Questo è ciò che sta succedendo! Si arriva a non essere più in grado di gestire pressioni, stress, né le nostre insoddisfazioni poiché aleggia sempre la brama di trovare ancora di più o dell’altro che ci renda più soddisfatti e compiaciuti.

Come si può acquisire dunque l’autocontrollo? Esiste un metodo pratico che io chiamo la teoria degli SWAN. SWAN è l’acronimo di Forza, Debolezza, Ambizione e Necessità. Per metterlo in pratica, prendete un foglio di carta e in una colonna scrivete un elenco di tutti i vostri punti di forza o le vostre qualità positive, in un’altra colonna fate un altro elenco di tutte le vostre debolezze e limiti che ritenete possano condizionare la vostra crescita e la chiarezza mentale, poi un terzo elenco riguardante le vostre ambizioni, e anche se si tratta di acquistare la luna, annotatela. Fate infine un quarto elenco coi vostri bisogni immediati e a lungo termine, il minimo indispensabile di cui avete bisogno per condurre una vita soddisfacente e in cui vi sentiate realizzati. Mantenete queste quattro liste, guardatele di tanto in tanto, cancellate e aggiungete, fino a quando non realizzerete che esse riflettono un quadro reale della vostra personalità, di voi stessi.

Ora, scegliete un punto di forza e coltivatelo con convinzione, e poi un punto di debolezza e cercate di superarlo in un mese. Di seguito provate ad analizzare una ambizione e chiedetevi se davvero rifletta un vostro desiderio oppure no. Poi tocca ai vostri bisogni, esaminateli e cercate di trovare un equilibrio tra questi e le vostre ambizioni. Dedicateci cinque minuti ogni giorno in relazione alla vostra giornata, a come è andata, e sarete in grado di muovervi al meglio, utilizzando i vostri punti di forza, trascendendo le vostre debolezze e i limiti, e comprendendo al meglio la reale differenza tra necessità e ambizioni.

Sviluppate le qualità del cuore

Il secondo punto è lo sviluppo degli aspetti amorevoli nella vita quotidiana. La gente ha sempre creduto che la brillantezza o il genio siano determinati da un più alto QI, il quoziente intellettivo. Tuttavia, in questo secolo, si pensa sempre meno al QI e più al QE, il quoziente emotivo. Potete senza dubbio aumentare il vostro livello di intelligenza ma, questo sviluppo, servirà alla comprensione del materiale e non a comprendere la persona in quanto essere umano. Un difetto fondamentale nella nostra vita è che non siamo educati, e non mi riferisco a laurea e diplomi, università, college, dove ci insegnano a nutrire e sviluppare l’intelletto senza però fare esperienza di vita! Nessuno ci ha insegnato come affrontare problemi e stress; nessuno ci ha detto “ogni volta che sei sotto stress, sdraiati e conta il respiro indietro da 30 a 1”. Non sappiamo neanche una cosa semplice come questa! Studiamo medicina, legge, scienza, per un MBA, ma non studiamo il comportamento umano, né come modificarlo.

Sviluppare il QE, il quoziente emotivo, o rendere i nostri sentimenti più espansivi e gentili, è l’altra direzione verso cui indirizzarsi, specialmente nel caso degli uomini d’affari. È necessario avere una filosofia di vita, che non deve necessariamente essere una credenza religiosa. È irrilevante a quale religione apparteniate o se siete un credente o un non credente. Dovete semplicemente avere una filosofia nella vita che guidi le vostre azioni e definisca la vostra aspirazione.

Che tipo di filosofia dovrebbe essere? Dovrebbe essere quello di superare gli aspetti negativi e condizionanti della vita e coltivare gli aspetti benevoli e pacifici. Come? Praticate 10 minuti di meditazione ogni sera prima di andare a dormire. Questo è uno sforzo che dovreste fare per il bene della vostra salute e della vostra pace. Dedicate 23 ore e 50 minuti alla società, alla famiglia, alla professione, al mondo, e 10 minuti per la vostra pace, serenità, tranquillità e benessere. In questi 10 minuti, sedetevi tranquillamente e sviluppate il pensiero: “per questi 10 minuti io non sarò questo corpo, né la sensazione di disagio o di comodità associati al corpo; non sarò la mente, né l’esperienza del piacere o dello stress che sorgono nella mente.” Cercate di creare una totale disidentificazione, totale disconnessione dalle esperienze fisiche e mentali. Non siete il corpo né la mente, siete solo voi stessi, niente di più, e in quest’esperienza di voi, sperimentate la stabilità e il silenzio interiore.

Successivamente, rivedete rapidamente le attività del giorno: “mi sono svegliato a quell’ora, ho preso questo per colazione, ho indossato quello, ho letto questo, ho visto quello, ho parlato di questo, etc.”. Se trovate una situazione difficile in cui avete reagito in un modo particolare tenete la bobina lì per pochi istanti, come a congelare la registrazione, osservatela e pensate a come reagireste dinnanzi ad una stessa situazione, se in un modo migliore o peggiore?

Continuate ogni giorno per un mese, e scoprirete che le vostre risposte sono cambiate. Invece di muovervi con la foga di un toro scatenato, sarete più attenti, più presenti e consapevoli di ciò che state facendo e di come state rispondendo, e sarete più in grado di gestire i livelli di stress perché li riconoscerete e li controllerete dicendo a voi stessi: “domani troverò un modo migliore per affrontare questa situazione, e non vivrò più la stessa ansia che ho vissuto oggi”. Dopo aver esaminato le attività del giorno, osserva il flusso del respiro naturale per 5 minuti e prova a fare respiri lunghi, profondi e lenti; questo completerà la vostra pratica di meditazione di 10 minuti. La consapevolezza trarrà alimento da questa meditazione.

Quindi, la pratica è molto semplice: sedetevi, restate fermi, disidentificatevi dal corpo e dalla mente, praticate swadhyaya e rivedete le attività del giorno, analizzatele, e dite a voi stessi: “Domani mi occuperò di questa situazione in un modo migliore”, infine osservate il respiro, rilassatevi e fermatevi. Questa è la meditazione.

Man mano che diventate più consapevoli delle vostre risposte e reazioni inconsce grazie a questa tecnica, scoprirete che state iniziando a fare esperienza delle qualità più benevole. Queste qualità arrivano con la comprensione, mettendosi nei panni degli altri e comprendendo le difficoltà che gli altri stanno affrontando, e quindi cercando di trovare un equilibrio tra voi e loro.

Dare una mano

Dare una mano è la cosa più importante nella vita perché permette di connettervi con agli altri esseri. L’umanità è un club unico e non esistono né élite né minoranze. I gruppi possono esistere a livello sociale o economico ma in quanto parte dell’esperienza di vita che tutti stiamo vivendo non c’è separazione. Semplicemente, alcune persone hanno avuto l’opportunità di realizzarsi e altre no ma, quando verrà il loro momento, anch’esse brilleranno. Dopotutto, c’è lo stesso cervello, la stessa mente, la stessa forza in ognuno di noi, e il loro uso dipende dalle opportunità che ognuno riesce a cogliere nella vita.

Swami Sivananda era un difensore dell’umanità. Di professione era un medico, ma lasciò la sua pratica lucrosa per diventare un sannyasin, e divenne un sannyasin di altissimo spessore. Swami Sivananda aveva solo un obiettivo in mente: “come posso aiutare un’altra persona ad avere la salute, la pace e un po’ di agio?” e questi sono i pilastri delle istituzioni create nel suo nome, lo Sivananda Math e l’ashram. Ricordate che c’è una abissale differenza tra coloro che prendono il sannyasa perché vogliono impegnarsi ad aiutare gli altri e coloro che vogliono solo fuggire dalla vita.

Paramahamsaji diceva che c’è molta ipocrisia nelle nostre vite. La vita dovrebbe essere innocente, semplice e gioiosa e, invece, mettiamo su maschere diverse a seconda del momento. Anche quando ci guardiamo allo specchio abbiamo le maschere addosso, vogliamo vederci diversamente, non come siamo. E, siamo così abituati a vedere noi stessi in quella maschera che, quando la rimuoviamo, non ci riconosciamo più e ci chiediamo: “sono davvero così?”

L’unico modo in cui possiamo sentirci liberi interiormente è sperimentare l’unità, l’atmabhava, essere in grado di vedere noi stessi negli altri, e questo avviene quando iniziamo a comprendere gli altri e le loro situazioni e, quando possiamo aiutare gli altri a uscire dalla loro miseria.

C’è un famoso detto: “se una persona ha fame, non dargli da mangiare pesce, ma insegnagli a pescare”. Questo è stato il principio di Swami Sivananda. Egli non credeva nella carità; diceva che la carità è la madre della povertà, della dipendenza, della debolezza. Aiutare significa sostenere la capacità altrui di provvedere a sé stessi e ad essere responsabili della propria pace e del proprio benessere. Questo è il vero significato dell’espressione “dare una mano”, questa è l’idea del servizio o Seva, e questo è il valore del Purushartha, l’impegno nel perseguire i propri doveri ed obiettivi che Swami Sivananda ha sempre sottolineato.

Paramahamsaji ci diceva: “se vai al mercato per comprare scarpe o vestiti per i tuoi due figli, invece di comprarne due paia, comprane tre. Due per i tuoi figli e uno per il bambino sconosciuto che hai adottato nella tua mente.” C’è abbastanza gente povera al mondo a cui puoi dare quel paio di scarpe o quell’uniforme che sicuramente adoreranno per il resto delle loro vite. Ricorderanno sempre la gentilezza che gli è stata riservata. Se ogni cittadino benestante si prendesse cura dei bisogni di un cittadino povero in dieci anni non ci sarebbe povertà. Tutto quello che dovete fare è vedere voi stessi in quello stato di povertà. Siamo molto fortunati poiché abbiamo abbastanza da mangiare e anche da sprecare, mentre l’80% della popolazione in questo paese non ha un pasto decente al giorno. Sono proprio loro, i nostri simili, che hanno bisogno di incoraggiamento, che hanno bisogno di sapere che non hanno perso tutte le opportunità nella vita e che qualcuno si sta prendendo cura di loro. Se vi dedicherete anche a questo sarete felici e soddisfatti perché avrete portato sorrisi ad una persona o ad una famiglia.

E adesso?

In questo contesto, lo yoga assume un profondo significato. Lo yoga non è ciò che leggi, senti o vedi nei media. Lo yoga è uno stile di vita, è un atteggiamento della mente, è la coltivazione delle qualità migliori della personalità umana. Lo yoga sviluppa e integra le facoltà della testa, del cuore e delle mani ed è anche uno strumento per far emergere l’eccellenza dal profondo che si rifletterà nel nostro modo di agire e pensare. Quindi preparate il terreno, iniziate coi tre semplici precetti di autocontrollo, sviluppo delle qualità del cuore e aiutare il prossimo, fate la lista dei vostri punti di forza, debolezze, ambizioni e bisogni, con obiettività, e praticate swadhyaya, l’auto-osservazione, perché è seguendo questi principi che sono stato in grado di superare la domanda “e adesso?”, ed anche voi sarete in grado di farlo.

 

Swami Niranjanananda Saraswati, discorso all’Organizzazione dei giovani Presidenti,

Yoga Magazine, Gennaio 2008

Il rapporto guru-discepolo

Sono stati definiti molti e differenti tipi di rapporto tra il guru e il discepolo ma, in definitiva, è importante credere in uno solo, che è il rapporto cuore a cuore. Se riuscite a realizzarlo, tutto il resto non serve. Per sviluppare un rapporto cuore a cuore è importante prima di tutto prendere coscienza della propria natura, di cosa si è. Ho visto spesso discepoli trasformare il loro guru a volte in nullità, a volte in santoni; altre volte in simbolo di moralità e di spiritualità, e poi con una caricatura.

Il guru non è qualcuno su cui scaricare le vostre personali zavorre. Egli è una persona che ispira a condurre la vita in modo creativo, efficiente ed efficace, e a sviluppare la consapevolezza di noi stessi, di cosa posso fare e cosa no, di come posso essere e di come non devo essere, di quale sia la cosa giusta da fare e di quale sia, invece, quella sbagliata, di come comprendere gli altri e di come non imporre il nostro ego e le nostre ambizioni personali. Questa è la base dell’insegnamento del guru.

Sviluppare il rapporto

Sicuramente ci sono problemi nella vita, ma ognuno deve trovare le proprie soluzioni. Quando venni per la prima volta nell’ashram, Paramahamsaji mi disse: “ascolta, non venire mai da me con i tuoi problemi. Se hai un problema, se hai difficoltà, se hai un conflitto, cerca soluzioni, soluzioni anche diverse e portamele, e una volta sentite le tue soluzioni, deciderò qual è quella giusta da adottare e seguire.”

Quindi, innanzitutto iniziai a prendere consapevolezza dei miei problemi e delle mie difficoltà nelle relazioni, nel lavoro, nella comunicazione, nelle interazioni, nelle emozioni, nella mente, e poi pensai a diverse soluzioni per risolverli. Poi andavo da Paramahamsaji e dicevo “Swamiji, ho questo problema e queste sono le soluzioni che ho pensato – A, B, C, D, E, F, G”, lui rispondeva “segui F”, ed io seguivo F. Era semplice!

Questa modalità di rapportarsi è importante. Le persone vengono da me con problemi ma non seguono la soluzione che io propongo loro. La loro natura, il loro ego, i loro desideri e le loro ambizioni si intromettono e così poi mi dicono: “no, non posso farlo!” senza nemmeno aver discusso quella soluzione. Nel rapporto col guru è la soluzione che deve essere considerata e dibattuta, non il problema! Quelle che pensate siano le soluzioni non sono altro che il risultato delle vostre capacità, natura e convinzioni che il guru semplicemente canalizza.

I guru sono esseri umani

Ci sono altri due punti importanti. Il primo è riconoscere che il guru è anche un essere umano. I discepoli difficilmente ammettono che il loro guru sia umano. Nella sua vita personale il guru può essere un illuminato, può essere il sunto della spiritualità e della moralità, può essere anche rozzo o eccentrico esternamente. Può essere qualsiasi cosa, poiché la realizzazione di ogni essere umano è differente in ognuno e non segue uno schema prestabilito. A seconda della propria personalità, ogni guru si evolve e sviluppa un metodo di pratica, di stile di vita, di vedere le cose. Ognuno è unico e diverso. Quindi dovete riconoscere e comprendere che il guru è umano. Solo allora sarà possibile sviluppare una relazione appropriata e corretta con il guru.

Il mese scorso, una signora di Varanasi ha frequentato il corso sul sistema di gestione della salute tenuto alla BSY. Varanasi è la città dei guru, dove ogni Tom, Dick e Harry è un guru. Dopo aver soggiornato qui per 15 giorni mi scrisse una lettera in cui diceva: “tu non rientri in nessuna categoria di guru, quindi cosa sei?” Le ho risposto dicendo che non sono un guru ma uno che insegna alle persone e, poi, che non potrò essere un guru finché il mio guru sarà vivo.

Veri guru

L’altro punto riguarda l’immagine del guru, non solo fisica di una persona in carne, con una lunga barba e lunghi capelli, seduta su di un alto piedistallo con tante persone attorno pronte a rincorrerlo e seguirlo in ogni dove. Questa non è la nostra tradizione. Essere un guru non è uno status symbol né è uno stile di vita in cui si alimenta l’ego. Il vero guru sta imparando come praticare seva e non come ottenere seva.

Questo sembra difficile da comprendere a causa delle influenze date dalle moderne immagini dei guru. Ma la tradizione è molto chiara a riguardo. La tradizione dice che il guru deve restare un essere umano! E se il guru non può restare umano, con le stesse gioie, affetti, passioni e frustrazioni che si sperimentano nella vita, allora non è un guru.

C’è una storia della vita di Kabir Das, uno dei grandi santi. Andò al Kumbha Mela e lì gli fu chiesto: “riesci a identificare un vero essere realizzato, un vero guru, in questo enorme raduno di persone?” Kabir Das disse: “ci proverò.” Così prese un bastone e colpì un “guru”. Quel “guru” era furioso e disse “come osi colpirmi!” Kabir Das disse: “non è quello giusto”. Allora colpì un altro “guru” ma i suoi discepoli divennero furiosi e picchiarono Kabir Das. Il loro “guru” non batté ciglio e Kabir Das disse: “non è nemmeno quello”. Per tutta la durata del Kumbha Mela, Kabir Das continuò a colpire altri “guru” fino a quando non ne trovò uno che, dopo essere stato colpito da lui, gli disse: “mio ​​caro ragazzo, siediti, la tua mano deve essere dolorante. Certo, ho sentito dolore ma posso immaginare anche il tuo dolore. Lascia che ti massaggi e ti dia sollievo dal dolore che hai provato nel picchiarmi.” E Kabir Das disse: “è lui quello giusto! ”

Aprirsi al guru

Il rapporto tra guru e discepolo deve essere aperto. Gli esseri umani manifestano spesso la peculiarità di dire una cosa e farne poi un’altra. Dicono che il guru è Dio, il guru è padre, il guru è madre, il guru è fratello, il guru è sorella, il guru è marito, il guru è moglie. Da una parte, invitano il loro guru ad essere tutto e, dall’altra parte, gli nascondono parecchie cose. E’ come se si determinasse il rifiuto dopo l’accettazione! perché se il guru non si adatta alle loro condizioni e convincimenti, allora diventa incompetente ai loro occhi. Ma è proprio il guru che ci insegna ad agire secondo le nostre convinzioni con franchezza e chiarezza mentale, ad allenarci ad essere aperti, a realizzare la nostra vera natura e, tutto ciò avviene proprio quando siete uno studente e un discepolo. Se non comprendete questo allora non potete affermare di essere un discepolo. Pertanto, come dice Paramahamsaji, tra guru e discepolo, la vita deve essere un libro aperto, senza veli. Potete chiudere il vostro libro di vita con gli altri, ma non con il guru.

 

Swami Niranjananda, Ganga Darshan 15 maggio 1996, Yoga Magazine, luglio 1996